Solo nello studio, mi guardo d'attorno mentre il magnifico silenzio di una domenica autunnale sembra avvolgermi.
Dalla finestra, i vecchi tetti delle case del centro città si susseguono a perdita d'occhio, qua e là interrotti, nella loro teoria, da qualche verde cima d'albero ancora rivestita di foglie.
Pile di libri, di quotidiani e di riviste ingombrano per ogni dove la stanza e le pareti praticamente scompaiono coperte come sono di quadri, disegni, fotografie, appunti e articoli di giornale appesi.
La scrivania, in un allegro, ordinato disordine, quasi si piega sotto il peso, terribile, delle carte.
Giù, ai piedi della scala interna, nel salotto ormai trasformato in biblioteca, le poltrone, da tempo inutilizzate per mancanza di ospiti, paiono soffrire.
Ecco, qui sono davvero a casa mia!
Scritte queste righe quasi di getto, mi fermo a riflettere e, immediatamente, mi auguro che Sissi, mia moglie, non abbia mai a leggerle.
Confermerebbero, infatti, ai suoi occhi, subito velati dal pianto, quanto da decenni mi va dicendo: stai bene solo quando puoi isolarti, sei un orso.
Il che, naturalmente, non è per nulla vero.
Anche se, da qualche anno, mi è riuscito di costruirmi questa specie di eremo dove - senza che nessuno possa dirmi cosa devo fare - leggo, studio e, soprattutto, giorno dopo giorno, scrivo, delle pressoché infinite case che, nella mia vita errabonda, ho abitato, tutto mi è presente e degli affetti ad esse legati serbo viva memoria.
Ricordo, così, la villa di Barasso dove, di quattro o cinque anni, in giardino, tra due ortensie che fungevano da pali di una porta da calcio immaginaria, cercavo di parare i rigori tirati da mio padre; il lungo corridoio sul quale si aprivano le mille stanze (tante mi sembravano) degli zii nell'appartamento di Roma dei nonni paterni; le molte dimore varesine abitate, chissà perché tra continui traslochi, con mamma, papà e, mano mano che nascevano, i miei fratelli minori; la bella villetta di Terracina per le vacanze con il suo incredibile susseguirsi di aiuole amorevolmente curate da mio padre; le quattro case vissute con Sissi e con le bambine, gli affetti, i baci, le baruffe e le riconciliazioni che hanno felicemente costellato il nostro vivere insieme.
E, prima di tutto, il Tofale: verso la fine degli anni Quaranta e per buona parte dei Cinquanta, infatti, le mie estati - belle, avventurose, piene di sole, di giochi e di allegria - trascorsero tutte o quasi a Genazzano, paese nei pressi di Palestrina, dove mia nonna Giorgina possedeva, con i fratelli, un'antica casa di collina, fuori dal centro abitato, costruita sul tufo e per questo chiamata, appunto, il Tofale.
Già il viaggio da Varese a Genazzano, con i mezzi di trasporto di allora, era una vera avventura che affrontavo ogni volta con gioia.
Ricordo ancora i treni per Roma, affollatissimi, che, invariabilmente, si fermavano in ogni più piccola stazione se non anche in aperta campagna.
I corridoi dei vagoni pieni di gente e di valige di cartone accatastate e legate, per sicurezza, con lo spago.
Il vociare continuo, le liti per i pochi posti a sedere, il mio incessante peregrinare, tra valigia e valigia, persona e persona, da uno scompartimento all'altro, i richiami di mia madre, i pianti dei bambini più piccoli e, soprattutto, quella grande, irrefrenabile allegria, figlia dei tempi, che sembrava percorrere tutti e tutto.
Poi, da Roma a Palestrina, ancora un trenino - trascinato da una littorina, come allora ancora si diceva - e, infine, una vecchia, sgangherata corriera fino a Genazzano.
Colà giunti, una bella sgambata a piedi fino al Tofale, insieme agli zii che si occupavano delle valige, in attesa di abbracciare finalmente la nonna che, sulla porta, mi aspettava a braccia aperte.
Subito dopo, senza un attimo di riposo, alla ricerca di Mario e Neno, i due figli del fattore, già pronti a giocare con me in giardino e nei campi e a dare la caccia alle vipere che, verso l'una, si sdraiavano al sole sulla pietraia e si offrivano, indifese, ai nostri colpi di canna, dopo i quali volavano per aria, come verso il sole.
A sera, le belle e lunghe favole della nonna e degli zii, la calda accoglienza della grande cucina dove il tempo sembrava non trascorrere mai, le pentole e le padelle sul fuoco, la cena, il giornale radio captato con difficoltà tra continui disturbi e scariche elettriche, il sonno felice e profondo di chi ha ben vissuto la sua giornata ed attende il risveglio per nuove, eccitanti avventure.
Così - giornate sempre uguali e sempre diverse - passava allora l'estate.
Ma, in fine, a che serve rammentare se non a far sorgere nell'anima quel terribile velo di malinconia al quale, di contro, preferisco sfuggire?
Meglio sarebbe - mi dico - molto meglio, se possibile fosse, non ricordare, cancellare la memoria specie dei tanti affetti perduti, allontanare la sofferenza, impedirsi la nostalgia, vivere dell'oggi e di adesso, godere della trovata tranquillità senza neppure porsi molte domande sul futuro.
Così, abbandonando le case di un tempo, torno volentieri al mio rifugio laddove conto di affrontare la vita oggi, senza memoria dell'ieri e senza preoccupazioni per il domani.






